Premio Strega: Michele Serra si offende ma ci dà ragione

Michele Serra ha risposto ieri all’articolo di Gian Paolo Serino pubblicato sul primo numero de Il Garantista. In un’intera pagina di Repubblica, lo scrittore giornalista replica alle accuse di essersi ritirato dal premio Strega con il suo romanzo Gli sdraiati (Feltrinelli) per facilitare il suo amico e compagno di lavoro Francesco Piccolo, il favorito con Il desiderio di essere come tutti (Einaudi Mondadori). Serra dice di non essersi mai ritirato in quanto non si è mai candidato, dimenticando che le candidature al premio Strega vengono fatte non dal diretto interessato ma dagli Amici della domenica tramite le pressioni delle case editrici.

In un articolo molto attendibile di Affari italiani, Antonio Prudenzano racconta di aver intervistato il direttore editoriale della Feltrinelli, Gianluca Foglia, il quale non avrebbe confermato né smentito la possibilità di avanzare la proposta. Sarà, forse, per questo che Serra parla di «candidatura a mia insaputa», evitando di fare i conti con il meccanismo che affligge il prestigioso riconoscimento. È soprattutto sulla sua vicinanza con Piccolo che il giornalista dimostra di essere più piccato. Non è vero, risponde a Serino, che lui e l’autore del Desiderio di essere come tutti  lavorano per Che tempo che fa. Peccato che i due però abbiano lo stesso lavorato insieme, guarda caso per Fazio, per il quale sono state firme di punta di Vieni via con me.

Ciò che sorprende maggiormente dell’articolo di Serra in risposta a Serino è soprattutto la capacità di concentrarsi a titolo strettamente personale sui piccoli appunti, facilmente peraltro contestabili, e di non dire nulla sul funzionamento del Premio Strega, ormai preso di mira da realtà culturali diversissime. Anzi, Serra, in realtà dà ragione alle nostre critiche. Racconta infatti che quando gli chiesero di entrare negli Amici della domenica «la giuria diffusa e molto autorevole», dopo un anno passato a leggere libri e a rispondere a telefonate degli editori, aveva pensato di ritirarsi. Ma gli spiegarono, molto gentilmente, che i libri poteva anche non leggerli, cosa a cui Serra dice di essersi adeguato senza troppa fatica. Restavano però le telefonate. «Persone a me sconosciute, ma certamente autorevoli chiamavano per sapere se avevo deciso chi votare, e nel caso non avessi deciso erano prodighe di consigli». Ma tutto questo darsi da fare per lo scrittore non è un meccanismo di cui vergognarsi e di cui chiedere conto, ma un valore da difendere. «Non ebbi affatto l’impressione conclude infatti il nostro di un aumma aumma organizzato. Piuttosto, di una feroce, scoperta guerriglia tutta interna al mondo editoriale».

Il buonismo di Serra per fortuna non è condiviso da tanti. Tutti coloro che si stanno battendo per chiedere trasparenza nei meccanismi di candidatura e premiazione. Nell’articolo firmato da Serino, direttore della rivista Satisfiction, si chiede come i libri vengano scelti e come si decida il vincitore. Quella che Serra chiama amabilmente guerriglia, sono accordi tra case editrici che poco hanno a che fare con il premiare la qualità dei libri (ma lo Strega non serve a questo?) e con il rispetto dei lettori. Sì, i lettori. Quelli che ogni giorno diventano sempre di meno, e forse un motivo è anche quell’aumma aumma che Serra non vede.

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