L’incerto futuro della previdenza

1. Fare informazione. Due belle pagine del “Corriere Economia” (Pensioni.Non partite senza montare la scorta, 3 ottobre) con quattro domande (e risposte) essenziali, realizzate con la collaborazione di Progetica.

Dopo le ultime riforme a quale età si andrà in pensione? Certo più tardi. Chi, ad esempio, avesse cominciato a lavorare come dipendente a 30 anni dovrà aspettare i 68 per andare in pensione.

La pensione sarà più lontana ma a quanto ammonterà? Le prospettive non sono certo rosee. Un dipendente quarantenne, ad esempio, con il vitalizio potrà arrivare al diciannovesimo giorno del mese.

Meglio tenere il Tfr oppure conviene investirlo? Nel breve periodo (a un anno) il confronto è a favore del Tfr, che si rivaluta con un tasso del’1,5% più il 75% dell’inflazione. Nel medio-lungo periodo, invece, è vero il contrario: a 10 anni la liquidazione non ha mai battuto un comparto garantito e solo nel 24% dei casi ha fatto meglio di un azionario. Su vent’anni la liquidazione risulta sempre perdente. Quarta domanda. Quanto hanno reso i fondi pensione. Hanno battuto il Tfr? “Il confronto (tra un iscritto ai Fondi e uno non iscritto, ndR) conferma la validità della previdenza integrativa contrattuale afferma il presidente di Fonchim, Saltalamacchia che su lunghi orizzonti temporali ottiene risultati positivi anche in situazioni di perdurante turbolenza dei mercati finanziari.”

1.1 Fare informazione. Dopo anni in cui l’allarme sulla ridotta copertura della futura previdenza pubblica rispetto alle ultime retribuzioni si è diffusa coram populi, rimbalzando per ogni dove nei messaggi, nelle analisi e nelle statistiche, arriva la sorpresa: Giovani, sorpresa pensione. Arriverà al 70% del reddito (“Corriere della sera”, 9 ottobre). Ma come? Ci si vuole stupire con effetti speciali?

Si andrà in pensione sempre più tardi e questo consentirà di avere di più dalla pensione: questo in sostanza il messaggio di Patriarca, responsabile dell’area pensioni dell’ufficio Studi dell’Inps in un Rapporto che – si dice nell’articolo non impegna l’istituto (?).

“Una persona – sostiene in controtendenza Patriarca, secondo l’articolo – che comincia a lavorare oggi a 34 anni e andrà in pensione nel 2046 dopo 35 anni di lavoro dipendente prenderà il 70% dell’ultimo stipendio… Anche restasse precario per tutta la vita lavorativa, la conclusione è che andrebbe in pensione con un assegno pari al 57% dell’ultima retribuzione! Sarebbe interessante sapere il 57% di cosa, diciamo noi. Patriarca dice che certo sarebbe poco, insufficiente, ma questo riguarda il mercato del lavoro non la previdenza”.

E il Tfr? Certo sostiene Patriarca secondo l’articolo quella è una risorsa aggiuntiva, ma visto e considerato che i Fondi non sono decollati, basterebbe trasformarli in rendita per aumentare il tasso di copertura di 13 punti (in caso di carriera contributiva piena!).

Ma se i Fondi non “decollano”, implicitamente questo vuol dire che vanno male? Non sarà il caso di incentivarne la diffusione? Che si fa, li si chiude o si crea un nuovo pilastro, il quarto? Se non ricordiamo male, già in un articolo a firma congiunta (Cofferati, Patriarca) su “l’Unità” ai primi di agosto, si dava conto dei dati apparsi ora su “il Corriere della sera” (e oggetto di una presentazione ufficiale il 10 ottobre) e vi si esponeva tra l’altro la proposta di distribuire il Tfr 2011 e 2012 in busta paga ai lavoratori per fronteggiare il calo dei consumi (con effetti pensiamo noi che si sarebbero rivelati quanto meno effimeri, forse gravosi dal punto di vista fiscale per il lavoratore e dannosi dal punto di vista del mancato risparmio previdenziale complementare.

2. Riformare ancora le pensioni per agire sul debito pubblico o per favorire quelle future dei giovani? Questi, infatti, rischiano di andare in pensione con il 40 o addirittura il 30% dell’ultimo stipendio, considerando le probabili discontinuità (Pensioni? Riformiamole pensando ai giovani, “Corriere Economia”, 3 ottobre). “Bisognerebbe anche chiedersi per quale motivo la previdenza complementare ha avuto uno scarsissimo tasso di adesione (non più del 25% dei lavoratori).”

Tra l’altro “l’Italia è il più vecchio Paese d’Europa e, nel mondo, è secondo solo al Giappone”. (…) Il declino demografico ha infatti una relazione che non è monodirezionale ma biunivoca con la crescita o il declino economico. Se è vero che quando non c’è lavoro si fanno meno figli, è anche altrettanto vero che fare meno figli ha risultati collettivi, cioè sociali, disastrosi nel medio lungo periodo (Nel 2050 il crollo della popolazione in età lavorativa, “Corriere della sera”, 5 ottobre).

3. “Se le nuove regole previdenziali entrate in vigore all’inizio dell’anno (finestra mobile e “quota 96” per i pensionamenti con 35 anni di contributi) hanno frenato i flussi di pensionamento nel settore privato, tra gli statali sembra invece essere scattata una vera e propria fuga di massa” (Pensioni, fuga dal pubblico impiego, “Il Sole 24Ore”, 4 ottobre). Secondo dati Inpdap nei primi 9 mesi dell’anno le nuove pensioni sono state 75.743 (+5,27%), con un boom degli assegni di anzianità (+34,2%). Tra le cause, l’introduzione della norma che consente alle amministrazioni di “pensionare” i dipendenti che hanno raggiunto i 40 anni di contributi. Inoltre il blocco degli stipendi, lo stop del turnover, i trasferimenti interni e il blocco della buonuscita “che chi va in pensione anticipata percepirà dopo 24 e non più 12 mesi dalla fine del servizio” (Pensioni anticipate, fuga delle donne, “Corriere della sera”, 4 ottobre).

Sul fronte della previdenza complementare, nel pubblico impiego l’unico strumento attivo è Espero, per i dipendenti della scuola. Esistono poi i Fondi territoriali (Trentino-Alto Adige, Laborfonds e Valle d’Aosta, Fopadiva), ai quali possono aderire i pubblici dipendenti. A dicembre scorso era stato costituito Perseo, per i dipendenti della Sanità e degli Enti locali (il Fondo però non ha ancora cominciato a raccogliere le adesioni), “Milano Finanza”, Quei contributi virtuali, 8 ottobre. A settembre è stato costituito Sirio, Fondo pensione dedicato ai dipendenti dei ministeri, del parastato, della presidenza del Consiglio, del Cnel, dell’Enac: vi potranno aderire anche Università e ricerca, Agenzia del demanio, Agenzie fiscali, Comuni e Federazioni sportive.

Uno dei problemi è dato dall’accantonamento virtuale del Tfr presso l’Inpdap con la sua confluenza nel fondo pensione solo al pensionamento con difficili implicazioni in caso di anticipazioni e riscatti.

“Il finanziamento previsto della previdenza collettiva del pubblico impiego è costituito da un mix di reale e virtuale: 1) una contribuzione reale, costituita dal contributo del lavoratore e dall’accantonamento stanziato a titolo di copertura del contributo posto a carico del datore di lavoro (amministrazioni pubbliche); 2) una contribuzione figurativa, costituita dalle quote di Tfr e dalla contribuzione di cui al punto seguente; 3) tale accantonamento virtuale avviene presso l’Inpdap che lo remunera in base a un tasso di rendimento inizialmente pari alla media dei rendimenti netti di un paniere di fondi da individuare; 4) una contribuzione figurativa del’1,5% della base retributiva di riferimento per i soli lavoratori che optano per la previdenza già in servizio alla data del 31/12/2000 e tenuti, nel precedente regime di Tfs, al versamento di un contributo pari al 2,5%.

4. Sono affiorate ormai da un paio di settimane una serie di prese di posizione intorno alla possibilità di rendere la previdenza complementare obbligatoria, proposte che si articola attraverso varie ipotesi di soluzione. Da quelle morbide che l’immaginano realizzabile solo per via contrattuale, con diritto di recesso, legata al solo contributo del datore e del lavoratore (quindi senza impegno obbligatorio del Tfr), a quelle che la vorrebbero generalizzata, magari sostenuta da un incentivo fiscale. Non mancano i contrari, anche qui con diverse motivazioni: “Non è una buona strada dice Elsa Fornero, esperta di previdenza il momento è difficile e proprio perché devi costruire fiducia, obbligare qualcuno non va bene”. Così Fornero al Forum Axa, dove invece Mussari, presidente dell’Abi e di Mps, e Cerchiai, presidente dell’Ania hanno espresso parere favorevole (“Avvenire”, Le pensioni integrative? “Siano obbligatorie”, 5 ottobre; “Il Messaggero”, Mussari: sia obbligatoria la previdenza integrativa, 5 ottobre). Altre posizioni contrarie esprimono la preoccupazione che la concomitanza tra l’idea di obbligatorietà del secondo pilastro e nuova manovra economica intorno alla previdenza pubblica nasconda in realtà la volontà di ridurre ulteriormente la copertura da parte della pensione pubblica.

5. Aperta opposizione della Confindustria di Emma Marcegaglia, prossima a fine mandato, al “decreto sviluppo” del governo. “Se è vero che i tagli di 6 miliardi per i ministeri sarebbero riduzioni ai fondi Fas non è proprio un decreto per lo sviluppo. Si penalizzerebbero opere infrastrutturali che devono partire.”

6. Enpap, Enasarco, Enpam. Ormai da tempo le Casse sono sotto osservazione da parte delle istituzioni. Sull’Enpap, la bicamerale di controllo (che ha esaminato i bilanci degli anni scorsi) ha espresso giudizi favorevoli “suggerendo, per il futuro, maggiore prudenza sugli investimenti, al fine di salvaguardare il patrimonio”. Inoltre, sempre per il futuro, l’organismo vigilante sottolinea: “si evitino investimenti in titoli ad alto indice di rischio e si limitino il più possibile le consistenti perdite patrimoniali già subite dall’Ente a causa di tali investimenti” (Enpap, bilanci ok, “ItaliaOggi”, 7 ottobre).

Anche per Enasarco messaggi nella stessa direzione (Enasarco, ridurre i costi e intervenire su governance, “ItaliaOggi”, 6 ottobre). “I membri del Cda e quelli del collegio sindacale risulterebbero, sempre stando a quanto pubblicato da una fonte qualificata, di gran lunga quelli più pagati, con circa 80mila euro a testa quando mediamente il compenso per ciascuno dei membri delle altre casse ammonterebbe a circa 16mila euro. Una differenza abissale e questo nonostante l’allora commissario straordinario dell’ente Pollastrini, abbia già ridotto nel 2007 i compensi”.

Anche per l’Enpam, la relazione parlamentare sui bilanci dell’ente dei medici “prende atto di una serie di criticità interne all’Enpam che hanno portato l’organismo vigilante all’approvazione dei bilanci a patto che si osservino i consigli citati”. La Bicamerale ricorda inoltre come “l’ente avesse un’esposizione indiretta nei confronti di Lehman Brothers alquanto significativa pari a 80 milioni di euro nel 2008, e, in generale, in titoli strutturati per un importo pari a circa 3 miliardi di euro nel 2009” Avviso per l’Enpam, “ItaliaOggi”, 6 ottobre).

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