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"Jawad e il cielo delle muqarnas"

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Nella prima intervista impossibile,
attribuita ad un arabo la paternità
del soffitto ligneo

Beddamatri! Così suona la paura mista allo stupore. Mi è arrivato alle spalle, senza che me ne accorgessi. Anche se avevamo appuntamento, proprio qui, subito fuori dalla Cappella Palatina, mi ha sorpreso. Sorride, ma non per rassicurarmi, si compiace di avermi spaventato. È alto, indossa una veste di cotone grezzo blu, lunga fino alle caviglie  e stretta in vita da un fusciacca. Il turbante è bianco, acconciato alla maniera tradizionale. È un arabo. Arabo di Sicilia come le palme, il gelato, la cassata e l’accoglienza. Mi bacia tre volte. Questa è l’usanza. Con la mano mi fa cenno di entrare e di stare al suo fianco.

“Questo luogo, con tutto quello che vedi, è stato fatto per accogliere. Chiunque. Sii il benvenuto”.

Queste parole mi dice. Mi porta a metà della navata centrale. L’espressione del suo volto, mentre ammira la cappella e la guarda con gli occhi di chi la conosce bene, si placa e io mi rassereno. Non bisogna essere credenti per piegare il capo e le ginocchia una volta entrati in questa chiesa. Chi entra è convertito. Alla bellezza. Non sapendo da dove cominciare a domandare, perché le domande sono tante, chiedo:

Come devo chiamarti?

“Il mio nome non è importante. Quella che racconto oggi non è l’opera di uno solo, ma di molti”.

Invece il suo nome è importante, importante come le sue mani che sono quelle che hanno pensato, assemblato e dipinto il legno del magnifico soffitto che in questo momento è sopra le nostre teste. Il ricordo si lega ai nomi.

Insisto.

Non un architetto, non uno scultore, non un pittore eppure tutto questo insieme. È giusto chiamarti maestro?

Sorride e risponde con la voce di chi accontenta una richiesta che ritiene superflua.

“Chiamami solo Jawad, questo è il mio nome. E nella tua lingua vuol dire ‘colui che dà a piene mani’. Jawad, carpentiere e pittore e prima di me mio padre e prima di mio padre, in Egitto, mio nonno”.

Jawad sembra non essere generoso di parole, cerco di aprirlo al racconto.

Come mai sei stato ingaggiato proprio tu, la tua bottega, per la realizzazione del soffitto della cappella nel palazzo del Re normanno?

“Comprendo la tua domanda e la perdono solo perché sono passati quasi mille anni dal giorno in cui prendemmo questo incarico. Ma se tu fossi vissuto come me al tempo del raffinato sovrano Ruggero, il secondo, avresti saputo che nessun altro era migliore di noi per la realizzazione di quest’opera. E di questo si serviva il sovrano, del meglio in ogni campo”.

Ti riferisci alla rinomata abilità degli Arabi nelle tecniche decorative?

“Mi riferisco all’idea del tuo sovrano di costruire una cappella, entrando nella quale ci si domandasse: sono in cielo o in terra? Questo abbiamo fatto noi, un cielo terreno per un luogo divino”.

Dice il tuo sovrano, ma si sente dal tono della voce che anche lui sa che quel sovrano con me ha poco a che fare e piuttosto è da sé stesso che lo vuole distinguere. Con rispetto e grande ammirazione, mostra l’orgoglio che gli è congenito.

Hai detto un cielo terreno per un luogo divino, non posso che domandarti come è stato lavorare, e farlo così grandiosamente, per una chiesa di culto cristiano?

“Ma sh’a Allah!”.

Dice così e china il capo. Lo solleva e mi guarda. Sorride perché io non ho capito, se non che c’entra Allah.

Traduce.

“Ciò che Dio vuole, è ben fatto! Dio desidera che ogni cosa venga fatta alla perfezione, il mio lavoro è sempre stato quello di pensare e studiare tecniche e idee nuove che sapessero rendere magnifico il fascino della vita e aumentare l’incanto che la bellezza suscita nell’animo sensibile. La bellezza è la gioia. Allah vuole la gioia”.

Parli di Dio e di Allah con naturalezza, eppure, al tempo in cui tu hai lavorato a questo soffitto, la vita comune di musulmani e cristiani era stata una conquista recente e faticosa. Che vuoi dirmi in proposito?

“Sotto un sovrano illuminato, ogni diversità diventa ricchezza. Non nego di avere desiderato a lungo che la città tornasse alla mia fede. Ma sorrido, perché vedo nella tua domanda l’atteggiamento tipico di chi vuol cercare lontano senza guardare a ciò che ha in casa. Cristiani e musulmani credono in un solo dio e il resto è una questione di nome. Piuttosto sarà stato difficile al tempo dell’imperatore”.

Ti riferisci a Federico II?

“Proprio a lui. Perché penso a quanto fosse difficile conciliare un solo dio con le tante superstizioni nordiche. Ma forse tanti “dei” biondi avranno impressionato meno di un solo dio moro”.

Ma quando Federico II divenne imperatore tu eri…

“Già morto e sepolto. Infatti i miei sono solo ragionamenti, ma di certo ciò che fece Federico, alla corte del quale anche il notaio era poeta, le sue imprese ebbero tale fama da giungere anche alle orecchie di un morto”.

Comunque lo stato delle cose al tempo di Federico II fu già preparato da re Ruggero, no?

“Alla corte di re Ruggero c’erano arabi, cristiani, bizantini, ebrei e a tutti convenne la pacifica convivenza. E più ricco di tutti fu il re che questo permise”.

Hai ragione Jawad, mi dai di che pensare. Allora passo a un altro storico cruccio, forse potrai essere prezioso anche qui. Questo soffitto che io ora ammiro è dipinto…

“E tu adesso ammiri solo un centesimo dei colori originali. Che purtroppo il tempo e il fiato e il fumo delle candele e la vita stessa che si è inginocchiata sotto questo tetto s’è portata via i colori e l’oro che lo facevano rilucere come un cielo al tramonto”.

Con colori magnifici, sulle mille sfaccettature di questo legno, ci sono raffigurate tante figure che un paradiso non ne potrebbe contenere di più. Ma non disse il tuo Profeta: “nel giorno del Giudizio agli artisti potrebbe essere chiesto di ricreare le loro opere; e non riuscendoci saranno puniti severamente” e “Quelli che saranno puniti più severamente da Dio nel giorno del Giudizio saranno i pittori e gli scultori”?

Dici bene. Questo disse il Profeta. Ma solo la divinità a noi è vietato riprodurre. Che mai uno di noi pensi di avere ottenuto, con l’arte e nell’arte, una conoscenza tale da poter fare una figura e a quella inginocchiarsi. Lassù, per quanto avrai pazienza di guardare, non vedrai mai Dio. Ricorda poi che questa è sì una chiesa, ma pur sempre una chiesa di palazzo. Il luogo per eccellenza dove si incontrano, già nel nome, potere celeste e terreno. La nostra arte è per abbellire e obbligare la vista e sbalordire le menti, quest’arte non solo ci è permessa, ma in questa siamo stati eccellenti”.

Alzo gli occhi e cerco di distinguere tra croci, stelle e cupole di legno, nel sistema scenico delle muqarnas - così chiamano questa decorazione del legno nella quale numerose piccole nicchie formano una struttura a celle di alveare - le figure magnificamente dipinte. Mi perdo.

Jawad, cosa avete dipinto lassù?

Ride.

“Tutto quello che tu pensi dipinto lassù, è stato dipinto quaggiù. E questa risposta dovrebbe saziare più di una curiosità”.

Forse ho capito, ma decido di snidare cosa nasconde l’umorismo arabo.

Che vuoi dire precisamente?

Ride ancora. E nel suo sorriso ci sono le scintille dell’Islam.

“Provo a raccontarti. Perché Allah volle che tutto ciò che esiste, venisse raccontato e per prima cosa creò il calamo e tutto ciò che volle creare disse al calamo di scrivere. E così ti racconto della mia creazione. Questo che ora tu ammiri e la gente viene da tutto il mondo e paga per vedere, è stato solo legno. Legno siciliano, Abete dei Nebrodi, del cuore della Sicilia legnosa, che è stato cento anni nei magazzini della bottega dei miei padri prima che ci mettessi mano io. E poi, questo legno, è stato nel banco della mia bottega, e qui si spiega la mia battuta, che questo fu intagliato e dipinto in terra e non in cielo”.

Quindi è stato lavorato e dipinto in bottega e poi montato lassù dove adesso lo vedo?

“Esatto. Se tu potessi vedere le gocce della pittura, queste vanno in senso opposto alla gravità. Questa è la prova di ciò che ti dico”.

Con quali strumenti è stato intagliato?

“Questo legno è stato lavorato con uno scalpello triangolare, è così che è diventato una forma. In questa forma, con le tempere, ho messo il movimento. Il movimento racconta la vita, che è fatta di grandi scene e di piccoli e minuscoli dettagli. E tra le scene e i dettagli, come nella vita, a volte c’è un legame logico, a volte no. Questo racconta il mio soffitto”.

La vita?

“La vita. Che è re e buffone, leone e coniglio, musica e gioco, cibo e caccia, sirena e cortigiana, parola e silenzio. E ogni immagine è circondata da un’altra immagine e nel bordo di ognuna una scritta nella mia lingua. Auguri di felicità, carità, perfezione, potere, fama e buona salute. Ogni pittura tende verso l’altra vicina. Così che una quasi si fonde nell’altra”.

Come in un caleidoscopio?

“Che altro non vuole dire che vedere bello”.

E tu come lo sai, che fin quando sei stato in vita non furono inventati i caleidoscopi?

“Ma quando ero in vita il greco parlava l’arabo e l’arabo il greco, perché in questa chiesa, nella Cappella Palatina, si lavorava gli uni vicino agli altri. E così dici bene, è un bel vedere, una visione bella della vita. Questo è il nostro modo di rendere omaggio alla divinità. Se i cristiani dipinsero Dio e lo fecero con tessere d’oro per celebrarne la gloria, noi tentammo di ritrarre la vita e di farla diventare bellezza. E così Dio non lo vedi con gli occhi, ma lo senti nel movimento di stupore che c’è nella tua pancia quando guardi la mia arte”.

Jawad trae dalla tasca un pezzo di qubayta, quel torrone buonissimo fatto di semi di sesamo e mandorle tenute insieme dal miele. Me ne offre un pezzo. Condivide con me la sua energia.

“Questo torrone, che ora si vende come vostra specialità nelle bancarelle per le feste, è più arabo di me”.

Mangio un boccone e chiudo gli occhi in estasi. Quando li riapro, lui è sparito. C’è solo la folla dei visitatori. Mi resta un gusto. Fra il sesamo e le mandorle tenute insieme dal miele, sento il sapore di questo luogo, sento il sapore di ingredienti diversi che restituiscono un equilibrio unico: Palermo. Mille anni fa come oggi.

 

Eleonora Lombardo

 

 

 

 

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