Fondazione Federico II - Palermo

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"La sfortuna è un'invenzione degli sciocchi"

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“La sfortuna
è un’invenzione
per gli sciocchi”

Adelasia del Vasto, bisnonna di Federico II


"Seguimi”- dice.
Quando mi rivolgo a lei, è già di spalle. È altezzosa e sicura. Mostra il collo bianchissimo sotto la crocchia di capelli rossicci. Le spalle sono coperte dalla tunica magnifica, stretta in vita dal corpetto.
Non riesco a smettere di ammirare la bellezza del vostro abito. Dove lo avete fatto confezionare? Prima di rispondermi si ferma e io dopo di lei.
“Sono a lutto. Eternamente a lutto. Non mi si addicono queste civetterie. Ma visto che è la prima delle domande che ti viene in mente di rivolgermi, ti accontento: questo abito è stato realizzato interamente qui. A Palermo. Dalle nostre abili maestranze. Nell’officina del Palazzo Reale, quella che gli arabi chiamavano Tiraz”.
L’accento tradisce origini del nord Italia. Forse piemontese o forse ligure. E il tono imperioso è quello di una sovrana. La nonna di Costanza, la Bisnonna di Federico II Hohenstaufen di Svevia. Colei che mi rivolge la parola, pur dandomi le spalle, è Adelasia del Vasto, moglie del Gran Conte Ruggero degli Altavilla.
Perdonate l’ignoranza, ma è un tessuto che non ho mai visto prima. Di cosa si tratta? Lei sospira, quasi insofferente.
“Finirò per credere che visto che sono una donna vorrai chiacchierare solo di stoffe e di vestiti…”.
Assolutamente. Solo che è una stoffa sorprendente… “Come non riconoscere lo sciamito, il velluto di seta con un ricamo paziente che trafigge la stoffa con sei fili e li passa doppiamente con un ordito di fondo e uno di legatura. Alla fine la consistenza dell’insieme risulta leggerissima. Come puoi notare, è questa leggerezza che ti incanta. È lo stesso ricamo del manto che mio figlio Ruggero ha indossato per l’incoronazione”.
C’era quindi un’intera officina di tessuti a Palazzo? Riprende il passo, lentamente la seguo.
“C’era. E passare vicino alle stanze che la ospitavano mi faceva venire una tremenda emicrania. Il rumore dei telai e lo sfarfallare della dita e delle stoffe era continuo. L’avevano impiantata gli arabi prima del nostro arrivo. E sotto la mia guida continuò a esistere e a produrre non solo tessuti, ma anche tappeti e oreficeria. Spesso li mandavamo come doni di ambascerie. Palermo, attraverso questi manufatti, fu conosciuta in tutto il mondo. Magnifica e operosa”.
Mentre parla e cammina i miei occhi scendono sulla sua figura. Dalla vita sottile, nonostante cinque difficili parti, giù per la gonna ampia, pieghettata sul fondo che a ogni passo in avanti, sotto il piccolo strascico, come un sipario, svela il pavimento della Cappella Palatina. La stiamo attraversando, lungo la navata di destra.
Sotto lo splendore del vostro abito non posso fare a meno di ammirare il pavimento che stiamo calpestando. Mi dite qualcosa?
“Non so dirti molto perché fu fatto dopo la mia morte e mi sorregge, ma non si lascia ammirare da me. Vedo però ogni anno moltissime persone ammirarlo e cantarne le bellezze. Quando la mia anima fatica a riposare, passo il tempo a contare i piedi di chi entra in questa cappella”.
Contate i passi?
“Sì e ne viene fuori un bel numero, sufficiente a immaginare che questo pavimento sia una vera opera d’arte e di ingegneria. Come tutta la reggia”.
E questo è. Un pavimento a mosaico di pietre dure, disposte in modo da creare svariati disegni. Riconosco i colori del marmo che viene dall’Africa, da tutto l’oriente. E il porfido romano. Ai nostri piedi, in questo momento, il mondo intero. Un tappeto di pietre che si incrociano in spire musive e in disegni che indicano come via l’infinito. Seguo con lo sguardo questa pista che sembra nascondere la piantina di una città celeste. Mi fermo, quando si ferma la duchessa che mi precede, e noto il pavimento, sulla sinistra, piegarsi sotto il peso possente di un magnifico candelabro di marmo interamente scolpito. Lei lo sta accarezzando con la mano sinistra.
E questo candelabro, potete vederlo?
“Se per vedere, tu intendi con gli occhi, no. Non posso vederlo. Ma tutte le volte che gli passo vicino, sento il desiderio di accarezzarlo. E ho imparato a vederlo con le mani. E mentre lo accarezzo è come se parlasse delle mie origini, della mia terra natale”.
Io ho letto che è stato fatto in officine campane… “Nessuno oggi lo sa più con certezza. Ma io so che almeno in parte c’è qualcosa dei maestri scalpellini delle mie terre. Lo sento, nella perfezione dei pieni e dei vuoti. E mi commuove riconoscere la figura di mio figlio, inginocchiato sotto Cristo. Non riesco con le mani ad arrivare alla cima, è troppo in alto. Ma inginocchiandomi mi diverto ad accarezzare questi quattro leoni che divorano la vita. Questa vita. Nell’attesa di una rinascita felice. Come Nostro Signore”.
Dopo queste parole si rialza e io ho giusto il tempo di ammirare questa misteriosa scultura alta più di quattro metri e mezzo, posizionata a lato dell’ambone, realizzata per accogliere il cero pasquale e di notare tra le figure della parte centrale un angelo che posa la mano sulla spalla di uomo mezzo nudo con una coppa di vino nella mano alzata. Un uomo?
Dove mi state portando?- le chiedo mentre apre con dimestichezza un cancelletto e comincia a scendere giù per la scala.
“Dobbiamo passare da qui, l’ingresso originale è stato chiuso. Ti porto nella chiesa che fu il luogo del mio conforto e della mia preghiera”.
Stiamo entrando nella cripta?
“Ti prego, non chiamarla cripta. Quella in cui ti porto è una chiesa vera e propria. La Primitiva Cappella Palatina, dove mio figlio, Ruggero il secondo, fece la cerimonia dell’investitura. E dove Federico, lo Stupor Mundi, ancora fanciullo scendeva tenuto per mano dal buon frate Francesco Guglielmo che gli insegnava il Pater Nostrum”.
Chi fu Francesco Guglielmo?
“Un frate buono e dotto, uno dei precettori del piccolo Federico. In questo Palazzo se ne alternarono almeno tre. Il frate gli insegnava il latino e Gregorio da Galgano le scienze naturali e un Imam gli raccontava della medicina, dell’astrologia e delle arti d’oriente. Ma Federico era un ribelle e più di tutti imparava dal popolo palermitano”.
Scusate, ma voi come potete sapere tutto questo? Se non potete neanche vedere il pavimento della Cappella Palatina come potete sapere di Federico II che venne al mondo dopo voi?
“Queste mura raccontano a chi ha pazienza di ascoltare e il tempo a me non manca. Eccoci arrivati nella chiesa inferiore, la prima cappella di palazzo e questi muri che ora mostrano solo la nuda tela dei conci, un tempo erano ricchi di affreschi che spesso Federico, fanciullo e monello, si dilettava a chiamare per nome. Gli dava i nomi che sentiva fra il popolo e così si sentiva meno solo e trasformava i santi alle pareti in compagni di giochi”.
È una sfortuna che adesso non ci siano più gli affreschi… “A sfurtûn-a a l’è ‘n grifun ch’u gia ‘ngiu ä testa du belinun!”1 Cosa avete detto?
“È un motto nel mio dialetto, dice che la sfortuna è un’invenzione per gli sciocchi. Di fatto tutto quello che accade lo decide la storia e più della storia la Divina Provvidenza”.
Cosa intendete?
“Nella mia vita ho imparato che non è la fortuna o la sfortuna che governa la vita degli uomini. Per esempio, secondo te, è solo la fortuna che ha voluto conservare, fra tutti, come unico affresco quello che ammiri alla sinistra dell’abside centrale, e che ritrae la Madonna Odigitria?”
Un miracolo?
“No, un segno. La Madonna che ‘mostra la direzione’, questo vuole dire odigitria, rimane salda in questo luogo e generosa di consigli a chi a lei si inginocchia, come spesso feci io nei momenti più scuri della mia vita”.
Oltre la Madonna, vedo alle pareti le croci di consacrazione, a chi è stata consacrata questa chiesa? A san Pietro come quella di sopra?
“Alla Vergine. E c’è chi la vuol chiamare S. Maria di Gerusalemme o S. Maria Superiore, ma per me Maria è il nome della Madonna che è di Gerusalemme come di Palermo e di Milano e del mondo intero. E infatti fino a pochi secoli fa, non ti so dire quanti, forse per me sono pochi quelli che per te sono molti, c’era un magnifico affresco della Vergine proprio sopra l’altare”.
Questa chiesa l’avete voluta voi, che siete stata donna e sovrana, e alla donna fra le donne è consacrata.
“Questa chiesa l’ho voluta io, perché fosse il luogo sacro della corte normanna, in un tempo in cui a Palermo, conquistata di recente, non ci si ricordava nulla di cristiano se non quello che arrivava da Costantinopoli”.
Infatti guardando meglio queste croci, leggo i resti di alcune lettere… Cosa vogliono dire?
“IC XA NI CA, è il monogramma bizantino che tradotto dal greco sta per Gesù Cristo vince, a simboleggiare che questo luogo adesso è luogo di Cristo”.
Come mai lettere greche?
“La tua domanda è meno ingenua di quello che potrebbe sembrare. Devo dirti che volle insieme a me questa chiesa il buon Cristodulo, un bizantino della Magna Grecia, anche lui devoto alla Madonna Odigitria, il funzionario che più mi fu vicino nel momento in cui presi la reggenza, prima in nome di mio figlio Simone, e alla morte del piccoletto, in nome di Ruggero. In verità fu Cristodulo a fare materialmente erigere questa chiesa”.
La fece costruire per voi?
“La fece costruire in onore di mio figlio, di re Ruggero, alla corte del quale accrebbe il suo potere e la sua fortuna”.
Ed essendo egli bizantino, fece erigere una chiesa in cui si officiava secondo il suo rito?
“Questo non ti deve suonare insolito. Tieni a mente che la popolazione cristiana che era rimasta dopo il dominio islamico, quando io decisi come sede Palermo, era di lingua e di rito greco. Per cui, in questa chiesa si celebrava il rito greco. Sarà poi la Cappella Palatina, che in questo momento è sopra la nostra testa, a ospitare il culto latino”.
Quello che io vedo adesso è un luogo veramente spoglio, dove però alcuni pezzi di un magnifico tesoro sono sospesi a mezz’aria e una corona aleggia alla ricerca di una testa da fare splendere. E poi è come se la decorazione più sorprendente fosse una sorta di fascino misterioso che permea questa chiesa da ogni direzione. O no?
“Ancora una volta devo dire che hai inteso più di quanto credessi. Qui giù, alle origini della vita spirituale della corte normanna, si incontrano ancora una volta più culture e diverse vicissitudini. Sotto i nostri piedi ci sono due cripte, una delle quali forse potrebbe raccontarci molto dei primi abitanti di questo palazzo, degli arabi e delle loro preghiere. E poi che dirti, alle tue spalle si aprono due corridoi e entrambi portano alla cappella che ospitò il crocifisso dell’Inquisizione”.
Quindi questa chiesa non ha mai smesso di essere frequentata nei secoli?
“Mai. Ma io ti parlo confusamente di cose che si sono accumulate nel tempo. Vorrei lasciarti con questa certezza. Proprio qui giù si è temprato lo spirito normanno che cambierà le sorti della città di Palermo. Io mi inginocchiai proprio qui e pregai questa Madonna di indicarmi la via. Le chiesi se andare o no fra le braccia di un nuovo sposo, del bugiardo Baldovino, a Gerusalemme. La sua risposta non seppi ascoltare, ma vinse in me la vanità di una donna che non voleva invecchiare senza amore”.
E dette queste parole si inginocchia. Io la lascio con lo sguardo e vago fra le colonne di marmo e penso che alcune volte bisogna capovolgere il punto di vista per comprendere la storia.
Eleonora Lombardo


BIBLIOGRAFIA
Le generose conversazioni con il dottor Giovanni Scaduto La città di Palermo nel medioevo di Franco D’Angelo e Vladimir Zoric- Officina di Studi Medievali- Palermo 2002 Palermo di Luigi Biagi- Edizioni Clio 2003 Federico II di Svevia- Imperatore e Re di Sicilia di Claudio Alessandri- Nuova Ipsa Editore. Palermo 2005 L’invenzione del regno- Dalla conquista normanna alla fondazione del Regnum Siciliae (1061-1154)- di Pasquale Hamel- Nuova Ipsa Editore Palermo 2009 Palermo di Rodo Santoro- Edizioni Pegaso -Palermo 1991

1 La sfortuna è un avvoltoio che gira intorno alla testa dell’imbecille versi di SINÁN CAPUDÁN PASCIÁ dall’album Creuza de Ma di Fabrizio De Andrè

 

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